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Benvenuti a Marwen: la recensione

Scritto da Francesca Rocchio

Vi siete mai chiesti come sarà il cinema tra cento anni o ancor più anni? Siamo proiettati in un mondo dove tutto ci apparirà più comodo e facile da conquistare, probabilmente anche gli attori spariranno e i registi si serviranno di riproduzioni digitali, scegliendo come unico set il proprio megagalattico computer. Basti pensare al recente Ready Player One dove Spielberg elegge a unica salvezza per l’umanità un universo virtuale.

All dolled up: Mark (Steve Carell) photographs the plastic stand-ins of his backyard miniature town in Welcome to Marwen.

Superficialmente Benvenuti a Marwen può sembrare un altro film d’animazione digitale, ma non è così, anzi è proprio l’opposto: in questo caso l’utilizzo della motion capture costituisce un elemento fondamentale e di supporto per quella che sarà la vita del protagonista.

Tutti conosciamo la trilogia di Ritorno al futuro e il film Oscar Forrest Gump, di conseguenza, lo zaino che il regista di Benvenuti a Marwen si porta sulle spalle è pesante e questa volta non può deluderci. Robert Zemecik porta sullo schermo un evento di cronaca americana: la storia di Mark Hogancamp e di un evento che cambiò per sempre la sua vita. Mark, una notte, subì un aggressione nei pressi di New York da parte di cinque persone, se tali si possono definire. Entrò in coma e perse gran parte della sua memoria acquisendo però un grande dono: quello dell’immaginazione. Ed è proprio questo che il regista sceglie di mettere in luce.

Mark a seguito del periodo post-operatorio si ritrova in una casa che non riconosce come la sua a dover affrontare i propri demoni, come tutti d’altronde… Inizia così a costruire nel giardino di casa sua una piccola città in miniatura, popolandola di bambole le quali prenderanno l’aspetto delle persone più importanti della sua vita.

Ad interpretare il protagonista è uno straordinario Steve Carell, il quale, con un’innata maestria, comprende a pieno i punti nevralgici del personaggio, trasponendoli sullo schermo in maniera empatica e umana. Siamo abituati ad un Carell alle prese con personaggi brillanti, impacciati e divertenti: da 40 Anni Vergine a Una Notte Folle a Manhattan, in questo film, invece, scopre le carte in tavola e ci dimostra di essere un attore con la A maiuscola. È versatile, al servizio del personaggio e capace di saper dialogare con l’anima dello spettatore.

Motion capture e riprese dal vero si mescolano con equilibrio e perfezione tale da farci dimenticare di assistere ad un film in cui delle bambole prendono vita. L’unica fantasia è quella di Mark, che immagina tutta la sua esistenza attraverso il suo alter ego Hogie, super eroe con i tacchi alti impegnato a sconfiggere i nazisti intenti ad invadere la sua Marwen. Non molto lontana per lui sarà anche la battaglia che si presterà a combattere nella vita reale, aggrappandosi a quell’unico spiraglio di forza rimasta. Non considererei Benvenuti a Marwen un film drammatico, quanto un’endovena di forza di volontà e una testimonianza di come nella vita tutto sia possibile. Basta solo volerlo.

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