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Suspiria: la recensione

Scritto da Francesca Rocchio

Non solo spettrale e suggestivo, l’ultimo film dell’italiano ormai americanizzato Luca Guadagnino, il quale, dopo il grande successo di Call Me by Your Name si propone con il remake di Suspiria, opera di uno dei più influenti registi italiani ancora in vita: Dario Argento. Forse più che remake il regista stesso lo definisce come un vero e proprio omaggio a colui che lo fece emozionare da adolescente e sognatore. Ma allora è vero che i sogni possono diventare realtà?

Già dalle prime scene i fan del horror “argentiano” riconosceranno una differenza di stili. L’ambiente è sempre tempestoso, ma, a differenza della tenebrosa Friburgo, questa volta ci troviamo in una fredda Berlino, quella del muro e dei bombardamenti, precisamente nel 1977 (non a caso l’anno di uscita della pellicola di Argento).

Capiamo quindi che sono passati più di 40 anni dalla prima Suspiria, la tecnologia nel frattempo si è fatta spazio anche in campo cinematografico, ma Guadagnino ha avuto la sensibilità di catapultare lo spettatore dal primo all’ultimo secondo, incollandolo alla poltrona, in una dimensione agghiacciante e oscura. Questo grazie a movimenti di macchina e a inquadrature nette e disarmanti che vanno oltre il “ciak si gira”, ma arrivano direttamente all’inconscio dell’uomo, quel piccolo e fondamentale particolare che fa di certo la differenza e che un buon regista dovrebbe aver sempre a portata di mano.

Ad interpretare Madame Blanche è Tilda Swinton, nell’ennesimo ruolo da antagonista, ma, anche qui, perfettamente a suo agio in una parte che sembra esserle stata cucita addosso e che nessuna altra attrice avrebbe potuto strapparle. Interpretazione impeccabile sicuramente anche grazie all’intesa con la protagonista, la statunitense Dakota Johnosn, nel ruolo della giovane e ingenua Susie. Anche lei regala un’esecuzione ineccepibile, anche se il personaggio della ballerina dai capelli rossi non farà di certo invidia a Jessica Harper, richiamata sul set del nuovo Suspiria non più
nelle vesti della protagonista Susie, come 41 anni fa, ma in quelli di Anke, al fianco della Swinton.

Che dire di più, se non ammettere quanto questo film sia un esempio di come la settima arte possa essere tramandata e riadattata al contesto attuale. Andare a stuzzicare un’opera che ha lasciato il segno nel patrimonio cinematografico non è un’impresa semplice, l’abbiamo visto con il remake di Ben Hur e con il sequel di Blade Runner, per citarne un paio. Quello che risulta evidente per la riuscita di queste operazioni, è la necessità di qualcosa che vada oltre la volontà di uno studio di guadagnare al box office sfruttando una proprietà nota. Per arrivare all’emotività dello spettatore e fare un buon film è necessario che dietro al progetto ci sia passione genuina e qui Guadagnino dimostra di averne molta.

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